Aperta e piena
Il suono del lucchetto che scattava mi fece alzare lo sguardo. Matteo aveva appena chiuso a chiave la porta della camera e teneva in mano la cintura nera che di solito usava solo per i jeans. Io ero già nuda sul letto, le gambe divaricate, la figa che gocciolava sul lenzuolo. Non avevo bisogno di dire niente. Lui sapeva. Si avvicinò senza togliersi i vestiti. Mi afferrò le caviglie e me le tirò verso di sé, aprendomi ancora di più. Due dita mi entrarono subito, profonde, cercando.
«Sei già un pantano», mormorò.
Poi tirò fuori dal cassetto il dildo nero più grosso che possedevamo, quello con le vene in rilievo e la base larga. Lo fece scorrere tra le mie labbra bagnate, lo cosparse dei miei succhi e lo spinse dentro con una sola spinta lenta e inesorabile. Urlai. Mi aprì quanto bastava a farmi sentire ogni centimetro. Matteo cominciò a scoparmi con il dildo a ritmo costante, mentre con l’altra mano mi schiaffeggiava piano il clitoride. Ogni tanto lo sfilava quasi del tutto e lo conficcava di nuovo fino in fondo, facendomi inarcare la schiena. Quando venni la prima volta, i muscoli mi si chiusero intorno al silicone con tanta forza che lui dovette spingere di più per continuare a muoverlo. Non mi diede tempo di riprendere fiato. Sfilò il dildo, lo mise sulla mia bocca e mi costrinse a leccarlo pulito. Poi aprì i pantaloni e mi infilò il cazzo in gola fino alle palle. Mi scopò la bocca con le stesse spinte profonde che aveva usato col giocattolo, tenendomi i capelli. La saliva mi colava sul collo e sui seni. Quando fui bella e bagnata di nuovo, si sfilò e mi girò a quattro zampe. Sentii il plug di acciaio freddo premere contro il mio buco. Matteo lo spinse dentro piano, lasciandomi sentire ogni allargamento, finché non scattò in posizione. Subito dopo mi conficcò di nuovo il dildo nella figa. Adesso ero piena davanti e dietro. Lui mi diede uno schiaffo secco su una natica e cominciò a muovere il dildo con violenza, mentre il plug mi teneva aperta e immobile. «Guarda come ti allargo», disse.
Io guardai dietro la spalla e vidi il dildo nero sparire e riapparire, lucido dei miei succhi. Venni di nuovo, questa volta urlando nel cuscino, i muscoli che stringevano sia il silicone che il metallo. Matteo non aveva ancora finito. Togliò entrambi i giocattoli con un movimento lento e crudele, lasciandomi vuota per un attimo. Poi si mise in ginocchio dietro di me e mi penetrò con il cazzo. La carne calda al posto del silicone mi fece gemere più forte. Mi scopò con spinte lunghe e pesanti, una mano che mi teneva i fianchi e l’altra che mi spingeva di nuovo il plug nel culo. Due cose dure dentro di me, una di carne e una di metallo, che si muovevano insieme. A un certo punto mi stese sulla schiena, mi piegò le gambe contro il petto e mi riprese da quella posizione. Il dildo tornò nella mia mano.
«Mettitelo in bocca», ordinò.
Obbedii. Mentre lui mi scopava la figa, io succhiavo il dildo ancora caldo e bagnato di me. Il suono umido della mia bocca si mescolava a quello delle sue spinte. Quando sentì che stava per venire, si sfilò, mi tolse il dildo dalla bocca e mi sborrò in faccia e sulla lingua. Getti caldi e densi che mi colarono sugli occhi, sul naso, sulle labbra. Io leccai tutto quello che raggiunsi. Ansimante, Matteo mi guardò dall’alto, ancora duro. Prese di nuovo il dildo e me lo conficcò nel culo fino in fondo, lasciandolo lì. Poi mi si mise a cavalcioni sul petto e mi rifilò il cazzo in bocca.
«Pulisci», disse.
Lo succhiai mentre il dildo mi teneva il culo aperto e pieno. Dopo un minuto si sfilò e mi sborrò di nuovo, questa volta in gola. Deglutii. Alla fine mi tolse lentamente il giocattolo e si stese accanto a me. Ero lucida di sborra, saliva e i miei stessi fluidi, le gambe che ancora tremavano, il culo e la figa pulsanti e aperti. Matteo mi passò un dito sulle labbra gonfie. «Domani sera», sussurrò, «porto il vibratore più forte e le manette. Voglio vederti piangere mentre ti riempio tutti e due i buchi insieme.» Io sorrisi, ancora con il sapore di lui in bocca, e risposi solo:
«Portali. E non fermarti prima che io non riesca più a parlare.»