Selene Voss · Sadomaso · 04 ott 2026

Dolore che Mi Fa Venire

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Avevo ventidue anni e un corpo fatto per essere usato: seni sodi e sensibili, vita stretta, culo rotondo e alto, pelle chiara che arrossiva al minimo schiaffo. Quella sera avevo deciso di consegnarmi completamente. Avevo invitato a casa mia Damian, il ragazzo più bello e più crudele che conoscessi. Ventitré anni, alto, spalle larghe, mani grandi e uno sguardo che sapeva già come farmi male nel modo giusto. Quando aprì la porta lo guardai e dissi solo:

«Stasera non voglio dolcezza. Voglio che mi faccia male. Voglio piangere. Voglio venire mentre mi fai male.» Damian non sorrise. Mi fece entrare, chiuse la porta e mi ordinò di spogliarmi. Obbedii. Rimasero solo le mutandine. Lui le strappò con una mano sola. Mi spinse in ginocchio e mi diede il primo schiaffo. Secco, preciso, sulla guancia. La pelle bruciò. Io gemetti. «Conta», ordinò.

«Uno», risposi.

Il secondo schiaffo arrivò più forte. Poi il terzo. Al quinto avevo gli occhi lucidi. Al settimo le lacrime scendevano. Damian mi afferrò i capelli e mi sollevò il viso.

«Ancora?», chiese.

«Sì», sussurrai. Mi legò i polsi dietro la schiena con una corda ruvida che mi tagliava la pelle. Mi fece chinare sul tavolo della cucina, il petto premuto contro il legno freddo, il culo esposto. Il primo sculacciata arrivò senza preavviso. La mano aperta, il suono secco, il bruciore immediato. Ne diede dieci. Poi venti. Poi smise di contare. Io piangevo piano, il viso bagnato, la figa che gocciolava sul pavimento. Ogni schiaffo mi faceva spingere i fianchi all’indietro, cercando di più. Damian si fermò solo quando le mie natiche furono rosse e calde. Aprì un cassetto e tirò fuori la frusta sottile. Il primo colpo mi fece urlare. Una linea di fuoco sulla coscia. Il secondo sul culo. Il terzo più in alto. Continuò finché non sentii la pelle aprirsi in piccoli punti. Il dolore era limpido, preciso, e mi faceva venire le gambe a tremare. «In ginocchio», ordinò. Mi fece inginocchiare di nuovo. Aprì i pantaloni e mi spinse il cazzo in bocca fino in gola. Non mi diede tempo di adattarmi. Mi scopò la bocca con spinte profonde, tenendomi i capelli, finché non lacrimai di nuovo e la saliva mi colò sul mento e sui seni. Quando mi lasciò respirare, mi sollevò e mi portò sul letto. Mi legò le caviglie ai montanti, le gambe divaricate al massimo. Prese una molletta da bucato e me la mise su un capezzolo. Il dolore fu acuto, costante. Ne mise una anche sull’altro. Poi si chinò tra le mie gambe e mi leccò. La lingua calda sul clitoride mentre i capezzoli bruciavano. Venni così, urlando, le mollette che tiravano a ogni spasmo. Damian non mi diede tregua. Infilò tre dita nella figa e cominciò a scoparmi con forza, mentre con l’altra mano mi schiaffeggiava il clitoride. Il dolore e il piacere si sovrapposero fino a diventare la stessa cosa. Quando aggiunse un quarto dito e spinse fino al polso, gridai. Il pugno entrò lentamente, allargandomi in modo osceno. Damian lo mosse dentro di me mentre mi guardava piangere e venire allo stesso tempo. Alla fine si sfilò, mi slegò le caviglie e mi mise a quattro zampe. Mi prese il culo senza pietà, spingendo fino in fondo al primo colpo. Il dolore mi fece vedere bianco. Continuò a scoparmi così, una mano che mi tirava i capelli e l’altra che mi stringeva la gola appena abbastanza da farmi mancare il respiro. Venni di nuovo, i muscoli del culo che si contraevano intorno al suo cazzo. Damian venne dentro di me con un gemito basso, riempiendomi di sborra calda mentre mi teneva fermo il bacino. Quando si sfilò, rimasi a terra, legata, piangente, lucida di sudore e sperma, le natiche in fiamme, i polsi segnati. Damian si chinò, mi asciugò le lacrime con il pollice e mi baciò piano sulla fronte. «Brava», mormorò. «Hai preso tutto.» Io, ancora ansimante, alzai lo sguardo e sussurrai:

«Domani sera… la frusta più dura. E voglio che mi lasci i segni per giorni.» Damian strinse la corda ancora intorno ai miei polsi e rispose solo:

«Li avrai.» E io sapevo che avrebbe mantenuto la promessa.

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