Marco · Gay · 09 ott 2026

Il buco profondo

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Mi chiamo Marco e quella sera non avrei mai immaginato di finire così, con le mani di un altro uomo che mi aprivano e il mio culo che diventava il centro di tutto. Avevo trentadue anni, un corpo allenato ma non da palestrato, pelle chiara, culo sodo e abbastanza carnoso da attirare sguardi. Fino a quel momento avevo solo sperimentato con le dita e qualche giocattolo, sempre da solo, sempre con la porta chiusa. Quella notte, però, c’era Luca. Luca era più grande di me di sei anni, alto, spalle larghe, mani grandi e un odore di uomo che mi aveva colpito già dal primo momento in cui ci eravamo baciati. Non era il profumo di un dopobarba costoso: era sudore leggero, pelle calda, un sentore di sapone da doccia e qualcosa di più animale, più denso, che saliva dalla base del collo. Quando mi aveva spinto contro il muro dell’ingresso del suo appartamento, quel profumo mi aveva riempito le narici e mi aveva fatto indurire all’istante. Ci eravamo spogliati lentamente, quasi senza parlare. Lui mi aveva fatto girare, mi aveva fatto appoggiare le mani sul tavolo della cucina e aveva iniziato a scendere con le labbra lungo la schiena. Ogni bacio lasciava una scia umida. Quando era arrivato alle natiche, le aveva aperte con le due mani, senza fretta, e aveva soffiato aria calda sul buco. Il solo contatto dell’aria mi aveva fatto stringere. Poi la lingua. La prima volta che la lingua di Luca toccò il mio ano, fu un colpo secco. Non era delicata. Era larga, calda, umida, e premeva proprio al centro, spingendo appena. Sentii il calore salire subito, un formicolio che partiva dal perineo e saliva lungo la spina dorsale. L’odore era quello della mia pelle lavata da poco, ma già mescolato al suo respiro, al suo sudore leggero. Continuò a leccare, a girare la punta intorno all’orifizio, a spingere di più. Ogni volta che la lingua entrava un po’, i muscoli si contraevano e poi si rilassavano, e io sentivo il buco diventare più morbido, più disponibile. «Hai un odore pulito ma di uomo», mormorò contro la mia pelle. «Mi piace.» Quelle parole mi fecero arrossire le orecchie. Continuò a leccarmi per minuti interi, finché non sentii il buco umido di saliva e il mio cazzo che gocciolava contro il bordo del tavolo. A un certo punto infilò un dito. Solo la punta. Girò, premette, entrò fino alla prima falange. Non faceva male: faceva caldo. Un calore interno, denso, che si espandeva. Aggiunse saliva e spinse di più. Due dita. Le allargò a forbice e io sentii l’apertura, la tensione, il modo in cui i muscoli si opponevano e poi cedevano. L’odore cambiò. Non era più solo pelle e sapone. C’era qualcosa di più intimo, un sentore leggero di corpo, di calore interno, di saliva e di me. Non era sgradevole: era reale. Era il mio culo che si apriva e lasciava uscire il suo odore, mescolato al suo. Quando si alzò e si spogliò del tutto, vidi il suo cazzo. Grosso, venato, già duro, con la punta lucida. Si strofinò un po’ di saliva e di lubrificante che aveva tirato fuori da un cassetto. Il liquido era fresco e denso, e quando lo sparsi sul mio buco con le dita, sentii il freddo iniziale e poi il calore che tornava. Mi fece piegare meglio, schiena inarca, culo in fuori. La testa del suo cazzo premette contro l’orifizio. Non entrò subito. Girò, premette, lasciò che i muscoli lo sentissero. Io respiravo a bocca aperta, concentrato sulla sensazione di pressione. Poi spinse. Un centimetro. Due. Il bruciore arrivò, ma era un bruciore caldo, vivo, che si mescolava al piacere. Continuò a spingere lentamente, centimetro dopo centimetro, finché non sentii le palle contro le mie natiche. Ero pieno. Completamente pieno. Il suo cazzo premeva contro la prostata con una pressione costante, e ogni piccolo movimento mandava scosse elettriche lungo le cosce. L’odore era cambiato di nuovo: ora c’era il suo sudore, il mio, il lubrificante, e quel sentore più scuro, più intimo, che saliva dal punto in cui eravamo uniti. Non era puzzolente. Era denso, maschile, caldo. Mi piaceva. Respiravo a fondo per sentirlo meglio. Iniziò a muoversi. Lente, lunghe spinte. Fuori fino alla testa, dentro fino in fondo. Ogni entrata mi faceva gemere. Sentivo le pareti del mio culo stringersi intorno a lui, sentivo il calore del suo corpo contro il mio, sentivo il modo in cui il suo respiro diventava più pesante. Le sue mani mi tenevano le anche, le dita affondavano nella carne. A volte mi apriva le natiche con i pollici per guardare meglio il suo cazzo che entrava e usciva. «Che buco caldo…», mormorò. «Si stringe così tanto.» Le sue parole mi facevano venire ancora di più. Continuò a scoparmi con ritmo costante, poi accelerò. I colpi diventarono più secchi, più profondi. Ogni volta che batteva contro la prostata, il mio cazzo saltava e gocciolava. Non lo toccavo: non ne avevo bisogno. Il piacere arrivava dal culo, da dentro, da quella pressione che sembrava riempire tutto il bacino. A un certo punto mi fece alzare e mi spinse verso il divano. Mi mise a quattro zampe, un cuscino sotto il petto, e rientrò di colpo. Questa posizione era più profonda. Sentivo ogni vena, ogni movimento. L’odore era ancora più forte: il suo sudore che scendeva dal petto, il mio culo aperto e umido, il lubrificante che faceva rumore ogni volta che entrava. C’era anche un leggero odore di sesso, di corpi caldi che si strofinavano. Mi scopò così per un tempo che non seppi misurare. A volte rallentava e restava dentro, solo a muovere i fianchi in cerchio, facendomi sentire ogni millimetro. Altre volte martellava, e io sentivo le palle battere contro il perineo e il suono umido e carnale delle nostre carni che si scontravano. Il bruciore iniziale era sparito: restava solo calore, pienezza, e un bisogno di essere riempito ancora di più. Quando sentii che stava per venire, rallentò. Si chinò sulla mia schiena, mi baciò la spalla, e sussurrò: «Voglio venire dentro.» Annuì. Volevo sentirlo. Volevo sentire il calore del suo sborra che mi riempiva. Accelerò di nuovo, più forte, più irruento. I colpi erano profondi, quasi dolorosi di quanto erano buoni. Poi si bloccò, un gemito basso gli uscì dalla gola, e sentii il suo cazzo pulsare. Ondata dopo ondata. Il calore liquido si spargeva dentro di me, caldo, denso. Continuò a spingere mentre veniva, spingendo lo sperma ancora più in fondo. Restò dentro per un minuto intero, respirando pesante. Poi uscì lentamente. Sentii il buco che restava un po’ aperto, e lo sperma che iniziava a scendere. Un filo caldo mi colò lungo il perineo, fino alle palle. L’odore era forte adesso: sborra fresca, il mio culo usato, il suo sudore. Mi girai e lo guardai. Aveva gli occhi scuri, le labbra socchiuse. Si chinò e leccò. La lingua gli passò sul buco ancora aperto, raccogliendo il suo stesso sperma e il mio sapore. Non mi aspettavo che lo facesse. Il contatto della lingua su un buco appena scopato e pieno era quasi troppo. Gemetti e spinsi indietro il culo. Continuò a leccare, a succhiare delicatamente, a far entrare e uscire la lingua. Ogni movimento faceva uscire altro liquido. L’odore era ovunque: sborra, saliva, pelle calda, il sentore più intimo del mio interno. Non mi faceva schifo. Mi eccitava. Mi faceva sentire usato e desiderato allo stesso tempo. Dopo un po’ mi fece girare di nuovo e mi prese in braccio. Mi portò in camera da letto. Ci sdraiammo uno di fronte all’altro. Il suo cazzo era ancora semi-duro, lucido del nostro sesso. Gli presi in mano e lo sentii scaldarsi di nuovo. «Vuoi ancora?», gli chiesi. Annuì. Questa volta mi mise sulla schiena, le gambe piegate sul petto. Entrò più facilmente. Il buco era già aperto, già pieno del suo sborra, e il secondo giro era diverso. Più scivoloso, più caldo, più intenso. Ogni spinta faceva uscire un po’ di liquido, e il suono era umido, osceno. L’odore riempiva la stanza. Non c’era più niente di pulito o di elegante: c’era solo sesso, solo corpi, solo il mio culo che prendeva e prendeva. Mi scopò fino a farmi venire senza toccarmi. Il piacere arrivò dal basso, dalla prostata, e si sparse in tutto il corpo. Eiaculai a getti lunghi sul mio stomaco mentre lui continuava a muoversi. Poi venne di nuovo, più piano, più lungo, riempiendomi ancora. Quando infine uscì e si sdraiò accanto a me, il mio buco pulsava. Sentivo lo sperma che usciva lentamente, caldo, e l’odore che restava tra noi. Mi baciò la fronte, poi le labbra. Sapeva di me e di sé. Restammo così a lungo. Ogni tanto allungava una mano e mi toccava il culo, faceva entrare un dito, sentiva quanto ero ancora aperto e pieno. Io chiudevo gli occhi e respiravo. L’odore della stanza era denso: sesso, sudore, sborra, e quel sentore più intimo che veniva dal mio buco usato. Non volevo lavarmi. Volevo restare così, sentire il calore, il peso, la memoria di ogni spinta. Quella notte non dormimmo subito. Si riaccostò, mi fece mettere a cucchiaio, e rientrò ancora una volta, più lentamente, solo per stare dentro. Non scopava: restava. Il suo cazzo caldo e gonfio teneva il mio buco pieno mentre ci addormentavamo. Ogni tanto si muoveva appena, e io sentivo di nuovo la pressione sulla prostata e un piccolo brivido. Quando mi svegliai all’alba, era ancora dentro. Aveva un leggero odore di sonno e di sesso. Si mosse, uscì, e lo sperma che era rimasto uscì con un filo caldo. Mi baciò la spalla e sussurrò: «Domani sera di nuovo.» Annuì. Sapevo già che avrei voluto di più. Sapevo che avrei voluto sentire di nuovo quel calore, quell’odore, quella pienezza che sembrava arrivare fino allo stomaco. Il mio culo pulsava ancora, leggero, e ogni movimento mi ricordava quanto ero stato aperto e usato. Nei giorni successivi pensavo continuamente a quella sera. All’odore della sua pelle quando sudava sopra di me. Al sapore della sua bocca dopo che aveva leccato il mio buco pieno. Al modo in cui il suo cazzo mi allargava e mi riempiva finché non c’era più spazio per nient’altro. Volevo di più. Volevo più profondità, più calore, più di quel sentore intimo e reale che solo il sesso anale sapeva dare. La volta dopo portò un lubrificante più denso e un collare. Non era hardcore: era solo un modo per farmi stare fermo mentre mi apriva lentamente con tre dita e poi con il cazzo. Mi fece venire due volte solo dal culo. L’odore nella stanza era ancora più forte: il collare di pelle, il nostro sudore, lo sperma che mi colava lungo le cosce. Mi fece guardare nello specchio mentre mi scopava. Vidi il mio volto arrossato, la bocca aperta, e dietro di me il suo corpo che si muoveva, il suo cazzo che spariva e riappariva nel mio buco. «Guarda quanto ti piace», disse. «Guarda come ti apri.» Guardai. E mi piaceva. Mi piaceva l’immagine di me stesso con il culo pieno, le gambe tremanti, e quell’odore di sesso che sembrava appiccicarsi alla pelle. Col tempo diventò una cosa regolare. A volte solo un dito e la lingua, a volte ore intere di penetrazione lenta e profonda. Imparai a riconoscere ogni sfumatura. L’odore del suo pre-sborra quando gli succhiavo il cazzo prima di farmelo mettere nel culo. L’odore del mio interno quando si apriva e lasciava uscire aria e liquido. L’odore della sborra fresca che usciva da me ore dopo, quando mi muovevo e sentivo ancora il calore. Una sera mi legò le mani dietro la schiena e mi scopò in piedi, contro il muro. Ogni spinta mi faceva alzare sulle punte. Il suo respiro caldo sul collo, le sue mani che mi tenevano le anche, e il mio buco che prendeva tutto. Quando venne, restò dentro e mi fece venire con la mano, stringendo forte. Lo sperma gli uscì dal mio culo mentre venivo, e l’odore era così forte che mi fece girare la testa. Un’altra volta mi fece stare a quattro zampe sul pavimento e mi usò solo la lingua e le dita per quasi un’ora. Mi aprì lentamente, mi leccò finché non tremavo, e solo alla fine entrò con il cazzo. Quella volta il piacere era così intenso che piansi. Non di dolore: di troppa sensazione. Il calore, la pressione, l’odore, il modo in cui il mio corpo rispondeva senza controllo. Ora, quando penso a quella prima sera, ricordo soprattutto gli odori e le sensazioni. Il primo contatto della lingua sul buco. La pressione della testa del cazzo che premeva e poi entrava. Il calore interno che si espandeva. L’odore della pelle, del sudore, della sborra, del mio culo aperto. Il modo in cui tutto diventava più intenso man mano che passavano i minuti. E soprattutto la sensazione di essere pieno, di non voler essere vuoto, di volere che quel calore restasse. Luca mi ha insegnato che il sesso anale non è solo penetrazione. È odore, è calore, è la sensazione di essere aperto e usato e desiderato. È il modo in cui il corpo risponde quando qualcosa di caldo e duro entra dove di solito non entra niente. È il bruciore che diventa piacere, la tensione che diventa rilascio, e quell’odore intimo e reale che resta sulla pelle e nei capelli e tra le lenzuola. A volte, ancora adesso, quando sono solo, mi metto un dito e chiudo gli occhi. Cerco di ritrovare quella stessa sensazione. L’odore non c’è, ma il ricordo sì. E il ricordo basta a farmi indurire e a farmi desiderare di nuovo di essere pieno, aperto, e pieno di quel calore che solo un altro uomo può dare.

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