Il Cazzo che Non Centrava Mai
Avevo ventidue anni e un corpo che funzionava alla perfezione: seni sodi, culo alto, figa sempre pronta. Il problema era lui. Matteo, ventitré anni, faccia da dio greco, addominali da rivista… e la mira di un ubriaco bendato. Quella sera avevamo deciso di farlo sul serio. Luce soffusa, musica bassa, io già nuda sul letto. Lui si tolse i pantaloni con un sorriso da protagonista di film porno. Il cazzo era bello, grosso, duro. Tutto perfetto. Finché non provò a metterlo dentro. Prima puntata: coscia destra.
Seconda puntata: l’altra coscia.
Terza puntata: il buco del culo, per sbaglio, e con troppo entusiasmo.
«Ops», disse.
Ops. Io sospirai.
«Matteo, la figa è quella in mezzo. Quella che gocciola. Non le cosce. Non il comodino. La figa.» Lui annuì serio, si concentrò, prese la posa del ninja del sesso… e entrò. Per mezzo centimetro. Poi scivolò fuori perché aveva messo il ginocchio sul mio capello. «Scusa, scusa, è che… è molto bagnato», giustificò.
«Lo so, amore. È il punto.» Alla fine, dopo sei tentativi e una quasi caduta dal letto, riuscì a infilarlo. Cominciò a muoversi con il ritmo di un tosaerba rotto. Spinta. Pausa. Spinta. Pausa. A un certo punto sneezò. Il cazzo uscì di colpo e la sborra gli sparò sulla mia schiena, sul comodino e sul poster di un gatto che avevo al muro. Silenzio.
Poi lui, ancora ansimante: «Ho sborrato sul gatto». Io scoppii a ridere così forte che quasi mi venne un crampo. Mi voltai, piena di sborra sulla schiena, e dissi:
«Matteo, sei ufficialmente il disastro sessuale più bello che abbia mai scopato. Adesso stendi e fammi fare a me, prima che il gatto chieda i danni.» Questa volta funzionò. Lo montai, lo presi fino in fondo e lo feci venire di nuovo mentre ridevo ancora. Alla fine eravamo sudati, viscidi e ridendo come due idioti. «La prossima volta», gli sussurrai, «porto un poster di un cane. Così almeno variamo.»