Viola Neri · Corna · 11 ott 2026

Il cognato

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Avevo ventitré anni e un matrimonio che si stava spegnendo. Mio marito lavorava sempre fuori città. Suo fratello, Marco, invece, veniva spesso a casa per “dare una mano”. Marco aveva venticinque anni, era più alto, più largo di spalle, con quegli occhi scuri che mi seguivano troppo a lungo quando pensava che non lo notassi. Quella sera mio marito era di nuovo via. Marco era rimasto a cena. L’alcool aveva sciolto quello che restava di pudore. Quando alzò lo sguardo dal bicchiere e mi disse «Sei troppo bella per stare sola tutte queste notti», capii che non saremmo tornati indietro. Lo baciai io per prima. Mi spinse contro il tavolo della cucina, mi sollevò la gonna e mi strappò le mutandine. Due dita mi trovarono già bagnata.

«Lo sapevo», borbottò contro il mio collo. «Da mesi che ti bagni quando passo vicino.» Mi sollevò di peso e mi portò in camera da letto — la stessa che dividevo con suo fratello. Mi buttò sul materasso e si spogliò. Il suo cazzo era più spesso di quello di mio marito, già duro e venoso. Me lo passò sulle labbra. Lo presi in bocca senza esitazione, scendendo fino in gola. Marco gemette e mi tenne i capelli, spingendo piano. La saliva mi colava sul mento. Continuai finché non fu completamente lucido. Mi stese e mi aprì le gambe. Mi leccò con fame, la lingua che mi apriva, che succhiava, che spingeva dentro. Venni in pochi minuti, stringendogli la testa tra le cosce. Non si fermò. Continuò a leccarmi e a scoparmi con le dita finché non venni una seconda volta, più forte. Poi si alzò, si posizionò tra le mie gambe e mi penetrò con una spinta sola. Urlai. Mi riempì completamente. Cominciò a scoparmi con ritmo deciso, le palle che mi battevano contro. Io alzavo i fianchi incontro a lui. «Più forte», gli dissi. «Scopami come se non fossi la moglie di tuo fratello.»

Marco obbedì. Mi girò a quattro zampe e mi prese da dietro, più profondo, più duro. Una mano mi teneva i fianchi, l’altra mi apriva una natica. Sentii un dito premere contro il mio culo e poi entrare. Poi un secondo. Quando mi sentì abbastanza aperta, posò la punta del cazzo contro il buco. «Vuoi anche questo?»

«Sì. Tutto.» Spinse. Il dolore fu netto, ma spinsi indietro comunque. Centimetro dopo centimetro mi aprì il culo finché non sentii le palle contro le natiche. Poi cominciò a scoparmi lì, piano all’inizio, poi con spinte sempre più forti. Io gridavo nel cuscino, una mano tra le gambe a strofinarmi. Venni con il cazzo nel culo, i muscoli che lo stringevano. Marco si sfilò, mi rimise sulla schiena e mi penetrò di nuovo nella figa, ancora calda e aperta. Mi scopò con violenza, tenendomi le gambe divaricate. Ogni tanto si sfilava e mi faceva leccare il cazzo bagnato di entrambi i miei buchi, poi rientrava. Continuò ad alternare figa e culo finché non sentii che stava per venire. «Dentro», gli dissi. «Voglio la sborra di mio cognato dentro.» Venne con un gemito lungo, riempiendomi la figa di sborra calda. Continuò a spingere fino all’ultima goccia, poi si sfilò e mi guardò colare. Non contento, mi fece girare e mi sborrò ancora un po’ sul culo aperto, guardando il bianco mescolarsi. Ansimanti, ci stendemmo. Io avevo le gambe tremanti, la figa e il culo pulsanti, il seme di mio cognato che mi colava sulla coscia. Marco mi passò un dito sulle labbra e lo feci leccare. «Quando torna mio fratello?», chiese a voce bassa.

«Domenica sera.»

Sorrisi, ancora piena di lui.

«Allora hai due giorni interi per usarmi come vuoi. E voglio che lo fai in ogni stanza di questa casa.» Marco rise piano e mi strinse una natica ancora arrossata.

«Cominciamo dalla cucina. Adesso.» Io mi alzai, ancora lucida di sborra, e lo seguii.

Sapevo già che non avrei più guardato mio marito allo stesso modo.

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