Il profumo del fondo
Mi chiamo Alessandro e quella sera non sapevo ancora quanto sarei sceso in basso, e quanto mi sarebbe piaciuto. Avevo trentuno anni, un appartamento piccolo ma pulito, e da mesi fantasie che non osavo dire ad alta voce. Poi arrivò Giulia. Ventotto anni, capelli scuri, labbra piene, un corpo morbido e pieno nei punti giusti. L’odore di lei era la prima cosa che mi colpiva sempre: una miscela di vaniglia leggera, pelle calda e qualcosa di più intimo, più animale, che saliva dal collo e dal décolleté. Quella sera eravamo già nudi sul letto. L’avevo leccata per venti minuti, sentendo il sapore acido e dolce della sua figa, l’odore umido e caldo che mi riempiva le narici ogni volta che affondavo la lingua. Quando sollevai le sue gambe e le aprii di più, il profumo cambiò. Diventò più scuro, più denso. Era l’odore del suo culo, appena lavato ma già caldo, con quel sentore leggero di corpo che nessun sapone riesce a cancellare del tutto. «Alessandro…», mormorò, arrossendo. «Lì no… non l’ho mai fatto.» Le accarezzai le natiche, le aprii lentamente con i pollici. Il buco era piccolo, chiuso, di un rosa scuro. Soffiai aria calda e la vidi contrarsi. Poi abbassai la testa e leccai. Il sapore era diverso dalla figa. Più neutro all’inizio, poi più intenso, più intimo. La lingua girava intorno all’orifizio, premeva, entrava appena. Giulia gemette e strinse le lenzuola. Continuai. Leccai, succhiai delicatamente, spinsi la punta della lingua dentro. L’odore mi saliva dritto al cervello: pelle, calore, un sentore leggero di sapone e sotto qualcosa di più grezzo, di più reale. Mi eccitava da morire. Infilai un dito. Solo la punta, coperta di saliva. Girai, premetti, sentii i muscoli che resistevano e poi cedevano. Aggiunsi saliva e lubrificante. Due dita. Le allargai piano. Giulia respirava a bocca aperta, le cosce che tremavano. «Fa… fa caldo», sussurrò. «Sento tutto.» Il mio cazzo era duro da fare male. Mi misi in ginocchio tra le sue gambe, le sollevai ancora di più, le aprii le natiche e appoggiai la testa del mio cazzo contro il buco. Era caldo, umido di saliva e lubrificante. Premii. Non entrò subito. Premii di nuovo, lentamente, sentendo l’anello di muscoli che si apriva millimetro dopo millimetro. Quando la testa passò, entrambi gememmo. Il calore interno era incredibile: stretto, vellutato, pulsante. Spinsi più a fondo, centimetro dopo centimetro, finché non fui completamente dentro. Le palle toccavano le sue natiche. Ero sepolto nel suo culo. L’odore in quel momento era fortissimo. Il nostro sudore che si mescolava, il lubrificante, il sentore caldo e intimo del suo interno, e sotto tutto il profumo della sua figa ancora bagnata. Respiravo a fondo, quasi ubriaco di quella miscela. Iniziai a muovermi. Lente, lunghe spinte. Fuori fino alla testa, dentro fino in fondo. Ogni entrata faceva stringere Giulia intorno a me. Sentivo le pareti del suo culo che mi abbracciavano, che pulsavano. Il bruciore iniziale per lei doveva essere forte, ma i suoi gemiti non erano di dolore: erano bassi, rochi, pieni di sorpresa. «Cazzo… sei così stretta», mormorai contro il suo collo. «Sento tutto di te.» Accelerai. I colpi diventarono più secchi, più profondi. Ogni volta che battevo in fondo, un suono umido e carnale riempiva la stanza. Le sue natiche si muovevano a ogni spinta. Il calore saliva. Il mio cazzo era immerso in un tunnel caldo e stretto che non voleva lasciarmi andare. A un certo punto le girai su un fianco, una gamba sollevata, e rientrai ancora più a fondo. Da quella posizione vedevo tutto: il mio cazzo che spariva nel suo buco, il modo in cui l’orifizio si apriva e si chiudeva intorno a me, lo scintillio del lubrificante e della saliva. L’odore era ovunque. Sudore, sesso, il sentore più scuro del suo culo aperto, e il mio stesso odore che si mescolava al suo. La toccai sulla figa mentre la scopavo. Era zuppa. Due dita dentro di lei mentre il cazzo le riempiva il culo. Giulia gridò, un suono acuto e rotto. Venne così, con le dita nella figa e il mio cazzo nel culo, stringendosi intorno a me con una forza che quasi mi fece venire anch’io. Continuai. Non riuscivo a fermarmi. Il piacere era troppo intenso, troppo grezzo. Spingevo forte, sentendo le palle battere contro di lei, sentendo il calore che saliva lungo la schiena. L’odore era diventato quasi animale: corpi caldi, sudore, sborra che iniziava a uscire da me in piccole gocce di precome, e quel profumo intimo e denso del suo buco usato. Quando sentii arrivare l’orgasmo, non uscii. Spinsi fino in fondo e veni. Ondata dopo ondata, caldo e denso, dritto dentro di lei. Continuai a muovermi mentre venivo, spingendo lo sperma ancora più in profondità. Giulia gemette sentendo il calore liquido che la riempiva. Restai dentro a lungo, respirando pesante. Poi uscii lentamente. Il buco restò un attimo aperto, e un filo di sperma bianco e denso uscì, scendendo lungo il perineo fino alla figa. L’odore in quel momento era purezza di sesso: sborra fresca, culo caldo, figa bagnata, sudore. Mi chinai e leccai. La lingua passò sul buco ancora aperto, raccogliendo il mio stesso sperma e il sapore di lei. Giulia sussultò, ma non mi allontanò. Continuai a leccare, a succhiare delicatamente, a far entrare e uscire la lingua mentre altro liquido usciva. L’odore e il sapore erano intensi, reali, privi di qualsiasi filtro. Mi eccitava da far male. Dopo ci sdraiammo uno di fronte all’altro. Le accarezzai il culo, infilai di nuovo un dito, sentendo quanto era ancora aperto e pieno. Lei mi guardò con gli occhi lucidi. «Non pensavo… che potesse essere così», sussurrò. «L’odore… il calore… tutto.» La baciai. Sapeva di me e di sé. Quella notte la presi ancora due volte. Una volta lenta, quasi tenera, con lei sopra di me che si muoveva e faceva entrare e uscire il mio cazzo dal suo culo mentre mi guardava negli occhi. Un’altra volta più dura, a quattro zampe, con le mani che le aprivano le natiche e i colpi che facevano sbattere la testiera del letto contro il muro. Ogni volta l’odore diventava più forte, più intimo. Ogni volta il suo buco si apriva di più, diventava più caldo, più disponibile. Quando alla fine ci addormentammo, il mio cazzo era ancora semi-dentro di lei. Sentivo il calore, la umidità, e l’odore denso del sesso che riempiva la stanza. Non volevo lavarmi. Volevo restare così, con il suo culo pieno del mio sperma e il mio naso pieno del suo odore. Al mattino, quando mi svegliai, lei era ancora di spalle. Le aprii delicatamente le natiche e vidi il buco leggermente gonfio, ancora un po’ aperto, con tracce secche di sborra. L’odore era ancora lì, più leggero ma presente. La baciai lì, piano. Giulia si svegliò con un sospiro e spinse indietro il culo. «Ancora?», chiese con voce rauca. Annuì. E rientrai, lentamente, sentendo di nuovo quel calore stretto e vellutato che mi aveva reso schiavo la notte prima. Da allora non ho più smesso di desiderare quel profumo, quel calore, quella sensazione di essere completamente dentro di lei nel modo più intimo possibile. Il culo di Giulia è diventato il mio posto preferito al mondo: caldo, stretto, odoroso di sesso vero, e sempre pronto ad aprirsi per me.