Chiara Neri · Lesbiche · 09 ott 2026

Il sapore di lei

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Mi chiamo Elena e quella sera non sapevo ancora quanto sarei scesa in profondità nel corpo di un’altra donna. Avevo ventinove anni, un appartamento piccolo ma pieno di piante, e da mesi un’attrazione che non riuscivo più a ignorare. Si chiamava Giulia. Trentadue anni, capelli neri corti, labbra piene, un corpo morbido e sicuro di sé. L’odore di lei era la prima cosa che mi colpiva sempre: una miscela di sapone neutro, pelle calda e qualcosa di più intimo, più umido, che saliva dal collo e dal décolleté ogni volta che si chinava. Quella sera eravamo sole a casa mia. Avevamo bevuto poco, parlato troppo, e a un certo punto il silenzio era diventato più denso delle parole. Giulia si alzò dal divano, mi prese la mano e mi portò in camera da letto senza spegnere le luci. Voleva vedere tutto. Io pure. Ci spogliammo lentamente. Lei per prima. Il reggiseno cadde, i seni pesanti e rotondi con capezzoli scuri e già duri. Poi le mutandine. La figa era rasata, le labbra gonfie, di un rosa scuro, già lucide. L’odore che saliva da lì era forte, acido, dolce e animale allo stesso tempo. Mi chinai e inspirai a fondo. Non c’era niente di nascosto. C’era solo lei. La prima leccata la fece sussultare. La mia lingua passò lenta tra le labbra, poi più in alto, sul clitoride già scoperto. Il sapore era intenso, salato e dolce, caldo. Continuai. Leccai in cerchio, succhiai delicatamente, infilai la punta della lingua più a fondo. Giulia affondò le mani nei miei capelli e spinse il bacino contro la mia bocca. L’odore si intensificò: saliva, pelle calda, e quel sentore umido e denso che saliva dal suo interno ogni volta che i muscoli si contraevano. Infilai due dita. Entrarono facili, scivolose. Le girai, cercai il punto e lo trovai. Giulia gemette e strinse le cosce intorno alla mia testa. Continuai a leccare e a ditalinare, più veloce, più profondo. Il suono era umido, osceno, e l’odore riempiva le mie narici fino a stordirmi. Quando venne la prima volta, lo fece con un grido basso e rotto, stringendosi intorno alle mie dita e spingendo la figa contro la mia bocca. Il liquido le uscì caldo e abbondante. Lo leccai tutto. Mi sollevai e la baciai. Lei assaggiò se stessa sulla mia lingua e gemette di nuovo. Poi mi girò e mi stese sulla schiena. Mi tolse le mutandine con i denti. La sua lingua scese subito tra le mie gambe. Non fu delicata. Fu affamata. Aprì le mie labbra con le dita e ci affondò la bocca. Succhiò il clitoride, lo leccò in cerchio, infilò la lingua dentro di me e la mosse come se volesse arrivare più in fondo possibile. L’odore della mia figa si mescolò al suo. Due donne, due sessi umidi, un solo letto. Infilò tre dita. Le allargò, le girò, le spinse fino al fondo. Continuò a leccare mentre mi ditalinava. Il piacere salì veloce, caldo, elettrico. Venni contro la sua bocca, stringendo i fianchi e spingendo il culo verso l’alto. Lei non si fermò. Continuò a leccare e a succhiare finché non veni una seconda volta, più forte, più lunga, con le cosce che tremavano. Ci mettemmo una di fronte all’altra, gambe intrecciate, fighe che si strofinavano. I nostri clitoridi si toccavano a ogni movimento. Lei mi baciò con la bocca piena di saliva e del mio sapore. Ci muovevamo lente all’inizio, poi più veloci, più pressate. L’odore era ovunque: fighe bagnate, sudore leggero, pelle calda. Venni di nuovo così, strofinandomi contro di lei, mentre lei mi teneva le natiche e mi spingeva più forte contro il suo sesso. Poi volle di più. Si alzò, aprì il cassetto del comodino e tirò fuori un dildo doppio, rosa scuro, lungo e flessibile. Lo lubrificò con la saliva e con quello che usciva da entrambe. Si sdraiò di fronte a me e lo infilò prima in sé, fino a metà. Poi mi attirò e lo guidò dentro di me. Entrò caldo, scivoloso, pieno. Ci muovemmo insieme, spingendoci l’una contro l’altra, facendo entrare e uscire il dildo da entrambi i lati. Ogni spinta mi faceva sentire il suo corpo, il suo calore, il modo in cui si stringeva all’altro capo. L’odore era ancora più forte: plastica calda, lubrificante, fighe aperte e umide. Venni così, stringendomi intorno al dildo mentre lei faceva lo stesso. Il piacere era condiviso, doppio, quasi troppo. Continuammo finché non fummo entrambe tremanti e sudate. Giulia non aveva finito. Mi fece mettere a quattro zampe. Si mise dietro di me e mi leccò dal clitoride fino al buco del culo. La lingua calda e umida passò sull’orifizio chiuso, poi premette, entrò appena. Il sapore e l’odore erano diversi, più intimi, più scuri. Continuò a leccarmi il culo mentre mi ditalinava la figa. Due dita, poi tre. Il piacere era sporco, intenso, diverso. Quando infilò una punta di dito nel culo mentre mi leccava, venni di nuovo, forte, con un grido che non riuscii a trattenere. Mi girò e si mise a sessantanove. La sua figa sulla mia bocca, la mia sulla sua. Leccavo, succhiavo, infilavo la lingua più a fondo, sentendo il sapore acido e dolce di lei mescolato al mio. Lei faceva lo stesso. I nostri respiri erano caldi contro la pelle, i gemiti umidi, l’odore intensissimo. Venni così, con la faccia sepolta tra le sue labbra, mentre lei veniva contro la mia bocca e mi riempiva di liquido caldo. Ci fu un momento in cui lei si sedette sul mio viso e si mosse, strofinando la figa aperta sulla mia bocca e sul naso. Respiravo il suo odore, bevevo quello che usciva, e lei gemette il mio nome mentre veniva di nuovo. Poi si chinò e mi baciò, passandomi il sapore di sé sulla lingua. Non ci fermammo. Tirò fuori un altro giocattolo, più piccolo, e me lo infilò nel culo mentre mi leccava la figa. Il bruciore iniziale diventò calore, pienezza, una pressione che mi faceva arricciare le dita dei piedi. Continuò a leccare e a muovere il giocattolo finché non venni urlando, con le cosce che si chiudevano intorno alla sua testa. A un certo punto ci ritrovammo di nuovo una di fronte all’altra, le dita dentro l’una all’altra, a ditalinarci in sincronia. Quattro dita, due per ciascuna. I suoni erano umidi, osceni, e l’odore riempiva la stanza. Venni per prima, stringendomi intorno alle sue dita. Lei venne subito dopo, con un gemito lungo e rotto, e il liquido le scese lungo il polso. Ci sdraiammo una sopra l’altra, sudate, appiccicose, i seni schiacciati, le fighe ancora pulsanti. Lei mi baciò il collo, poi le labbra, e sussurrò: «Ancora.» Annuì. E ricominciammo. Questa volta fui io a mettermi dietro di lei. La leccai a lungo, aprii le labbra con le dita, succhiai il clitoride finché non tremò. Poi infilai la lingua nel suo culo, lenta, profonda. L’odore era più forte, più intimo. Continuai mentre la ditalinavo. Quando venne, lo fece spingendo il culo contro la mia faccia e bagnandomi il mento. Tirai fuori il dildo doppio di nuovo. Lo infilai in lei e in me, e ci muovemmo fino a venire insieme, stringendoci, gemendo, con i corpi che si battevano uno contro l’altro. Lo sperma non c’era, ma il liquido che usciva da entrambe era abbondante, caldo, e lo spargemmo sulle cosce e sul letto. Verso le due di notte eravamo esauste, ma non sazie. Giulia si mise a cavalcioni sul mio viso e si fece leccare ancora, lenta, lunga, finché non venne un’ultima volta, con le cosce che mi stringevano la testa e il liquido che mi colava agli angoli della bocca. Poi si chinò e mi leccò a sua volta, dolce e affamata allo stesso tempo, finché non venni anch’io, debole e tremante. Ci addormentammo così, una contro l’altra, le gambe intrecciate, le fighe ancora umide e vicine. L’odore della stanza era pesante, dolce e acido, di sesso tra donne. Non volevo lavarmi. Volevo restare così, con il sapore di lei sulla lingua e l’odore di lei sulla pelle. Al mattino, quando mi svegliai, Giulia era già china tra le mie gambe. La sua lingua calda mi fece aprire gli occhi con un gemito. Continuò a leccarmi lentamente, senza fretta, finché non venni di nuovo, morbida e ancora assonnata. Poi si sollevò, mi baciò, e io assaggiai me stessa sulla sua bocca. «Stasera di nuovo», sussurrò. Annuì. E sapevo già che avrei voluto ancora di più: più lingua, più dita, più dildo, più odore, più sapore, più di quel calore umido e intenso che solo il corpo di un’altra donna sapeva darmi. Da quella notte non ho più smesso di desiderare il sapore di lei. La sua figa, il suo culo, i suoi seni, il suo odore. Tutto. E ogni volta che la leccio, ogni volta che lei mi lecca, ogni volta che ci strofiniamo o ci riempiamo di dita e di giocattoli, l’odore e il sapore mi ricordano che non c’è niente di più intimo, di più sporco e di più dolce che perdersi nel corpo di un’altra donna.

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