Sofia Rame · Pompini · 04 ott 2026

La Bocca che Conosce Ogni Centimetro

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Avevo ventidue anni e una bocca che non si limitava a succhiare: sapeva studiare, assaporare, dominare. Quella sera avevo deciso di mostrare a Leonardo tutto quello che sapevo fare. Lui aveva ventitré anni, il corpo scolpito, il cazzo spesso e venoso che amavo sentire pulsare contro la lingua. Niente frettolosità. Solo tecnica. Solo controllo. Lo feci sedere sul bordo del letto, nudo, le gambe divaricate. Mi inginocchiai tra le sue cosce e lo guardai negli occhi mentre prendevo il suo cazzo ancora morbido tra le dita.

«Stasera non ti faccio venire subito», gli dissi. «Ti faccio venire quando decido io. E fino a quel momento sentirai ogni singolo movimento della mia lingua.» Cominciai dalla base. Non dalla glande. Leccai lentamente il perineo, poi le palle, prendendole in bocca una alla volta. Le succhiavo piano, la lingua che le girava intorno, la saliva che le bagnava mentre la mano destra gli accarezzava il cazzo con leggerezza, appena quanto bastava a farlo indurire senza dargli vero piacere. Leonardo già respirava più forte. Solo quando fu completamente duro passai alla parte che voleva di più. La lingua partì dalla base e salì lungo la vena principale, lentissima, piatta, bagnata. Arrivata sotto la glande mi fermai e ci girai intorno in cerchi stretti, senza ancora toccare la punta. Lui gemette e mosse i fianchi. Lo blocchai con una mano sul basso ventre.

«Non ti muovere. Sento io.» Solo allora presi la glande in bocca. Non tutta. Solo la parte superiore, le labbra strette proprio sotto il corona, mentre la lingua premeva con forza sulla fessura, entrando appena, assaggiando già il liquido trasparente che usciva. Succhiavo a intermittenza, creando un vuoto leggero e poi rilasciandolo, alternando pressione e leggero solletico. La mano sinistra intanto gli massaggiava le palle con il pollice e l’indice, un ritmo lento e costante. Scesi più a fondo. Centimetro dopo centimetro, la lingua premuta contro la parte inferiore del cazzo, le labbra che si arricciavano appena per aumentare l’attrito. Quando la punta toccò la mia gola, non mi ritirai. Respirai dal naso, rilassai la gola e spinsi ancora. Il cazzo scivolò dentro fino in fondo. Rimasero così per diversi secondi, il naso schiacciato contro il suo pube, la gola che si chiudeva e si apriva intorno a lui in piccole contrazioni volontarie. Leonardo gemette più forte. Solo allora risalii, lentissima, lasciando un filo spesso di saliva che gli colava fino alle palle. Ripetere il movimento, ma ogni volta cambiavo qualcosa.

A volte succhiavo solo la metà superiore con le guance scavate, creando un vuoto forte.

A volte prendevo tutto e usavo la lingua per strofinare la vena mentre era sepolto in gola.

A volte mi staccavo quasi completamente e leccavo solo il frenulo con la punta della lingua, rapidissima, finché non lo sentivo tremare. A un certo punto gli sollevai le palle e leccai il punto esatto dietro di esse, mentre la mano gli masturbava il cazzo bagnato di saliva con il ritmo contrario a quello della bocca. Quando sentii le cosce tendersi, mi fermai del tutto. Tolsi la bocca, tolsi le mani, e lo guardai. Il cazzo pulsava, rosso, lucido, a un secondo dalla sborrata. «Non ancora», dissi. Aspettai che il piacere scendesse. Poi ricominciai. Questa volta più sporca, più profonda. Lo scopavo con la gola a ritmo costante, saliva che mi colava sul mento e sul petto, suoni umidi che riempivano la stanza. Una mano gli stringeva la base per trattenere l’orgasmo, l’altra gli affondava le unghie nella coscia. Ogni volta che stava per venire, stringevo più forte e rallentavo, tenendolo proprio sul bordo. Alla fine lo lasciai andare. «Adesso», sussurrai. Aprii la bocca, la lingua piatta, e lo presi di nuovo fino in fondo. Leonardo venne con un gemito rotto. Il primo getto mi colpì direttamente in gola. Deglutii. Il secondo e il terzo mi riempirono la bocca. Li tenni, li assaporai, poi li feci scorrere lentamente sulla lingua prima di deglutire tutto. Continuai a succhiarlo dolcemente anche mentre si svuotava, spremendogli ogni ultima goccia, leccando la glande con delicatezza finché non fu troppo sensibile e dovette fermarmi. Mi alzai, le labbra gonfie e lucide, e lo baciai. Lui assaporò se stesso. «Domani sera», gli dissi contro la bocca, «voglio che mi tenga i capelli e mi usi la gola senza lasciarmi respirare. E io conterò quanto riesco a resistere prima di farmi venire le lacrime.» Leonardo, ancora ansimante, rispose solo:

«Conteremo insieme.» E io sorrisi, sapendo che la mia bocca non aveva ancora finito di insegnargli tutto.

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