La Bocca che Ti Fa Venire
Avevo ventidue anni e una bocca che sapeva fare miracoli: labbra carnose, lingua agile, gola profonda. Quella sera avevo deciso di usare solo quella. Niente figa, niente culo, niente scuse. Solo la mia bocca e il cazzo di Leonardo. Lui aveva ventitré anni, era alto, muscoloso, con un membro spesso e lungo che da mesi sognavo di sentire pulsare contro la mia lingua fino all’ultima goccia. Quando chiudemmo la porta di casa mia, lo spinsi contro il muro e mi inginocchiai senza dire una parola. Gli aprii i pantaloni, liberai il cazzo già semi-duro e lo guardai dal basso.
«Stasera non ti tocco da nessun’altra parte», gli dissi. «Solo la bocca. E non mi fermo finché non mi avrai riempito la gola almeno due volte.» Leonardo deglutì. Io sorrisi e lo presi in bocca. Cominciai piano. Solo la testa, le labbra che si chiudevano intorno alla glande, la lingua che girava in circolo, che premeva sulla fessura, che assaggiava già il sapore salato del pre-sborra. Lo sentii indurirsi completamente tra le mie labbra. Scesi più in basso, centimetro dopo centimetro, fino a sentire la punta toccarmi la gola. Respirai dal naso e spinsi ancora. Il cazzo scivolò dentro fino in fondo. Il naso mi si schiacciò contro il suo pube. Rimanere così per qualche secondo, godendomi la sensazione di essere completamente piena, poi risalii lentamente, lasciando un filo di saliva che gli colava lungo il membro. Ripetere il movimento. Su e giù, sempre più profondo, sempre più veloce. Una mano gli stringeva la base, l’altra gli accarezzava le palle, pesanti e calde. Leonardo gemette, una mano nei miei capelli, ma non spinse. Sapeva che volevo controllare io. Gli succhiavo con ritmo costante, a volte stringendo le labbra forte, a volte aprendo la gola e prendendolo tutto, lasciando che le mie urla soffocate gli vibrassero contro la pelle. A un certo punto mi staccai, un filo di saliva che mi pendeva dal mento, e gli leccai le palle. Le presi in bocca una alla volta, le succhiavo piano mentre la mano gli masturbava il cazzo bagnato. Poi tornai sulla glande, la succhiavo con forza, le guance scavate, guardandolo negli occhi. «Vieni nella mia bocca», gli ordinai. «Adesso.» Leonardo non ci mise molto. Sentii il cazzo pulsare, le palle stringersi. Il primo getto mi colpì la lingua, caldo e denso. Aprii di più la bocca e lo lasciai venire in gola, deglutendo a ogni scarica, senza perdere una goccia. Continuai a succhiarlo anche mentre si svuotava, spremendogli fuori tutto, fino a quando non gemette per la sensibilità. Ma non avevo finito.
«Ancora», dissi, la voce roca. «Voglio la seconda.» Leonardo era ancora duro, lucido di saliva e sborra. Lo ripresi in bocca immediatamente. Questa volta fui più sporca, più veloce. Lo scopavo con la gola, saliva che mi colava sul mento e sul petto, suoni umidi e osceni che riempivano la stanza. Una mano gli stringeva le natiche, tirandolo verso di me a ogni discesa. L’altra gli massaggiava le palle con decisione. Lui cominciò a muovere i fianchi, spingendo piano incontro alla mia bocca. Lo lasciai fare. Ogni spinta mi mandava il cazzo più a fondo, fino a farmi lacrimare. Continuavo a guardarlo, gli occhi lucidi, la mascara che iniziava a scorrere. Il piacere di essere usata solo come una bocca mi stava facendo bagnare le mutandine in modo ridicolo. La seconda sborrata arrivò più violenta. Leonardo gemette forte, mi tenne la testa ferma e mi riempì di nuovo la gola. Getti caldi che deglutii con avidità, il sapore più forte, più amaro. Continuai a succhiarlo dolcemente anche dopo, pulendolo, leccando ogni residuo dalla glande e dal prepuzio, finché non fu di nuovo pulito e lucido. Alla fine mi alzai, le labbra gonfie, il mento bagnato, e lo baciai. Lui assaporò se stesso sulla mia lingua. «Domani sera», sussurrai contro la sua bocca, «voglio che mi leghi le mani dietro la schiena. E che mi usi la bocca finché non ti fai male dalla sensibilità. Niente pause. Niente pietà.» Leonardo strinse i miei capelli e rispose con voce ancora rotta:
«Come vuoi. E stavolta ti faccio venire anche te… ma solo dopo che mi avrai svuotato almeno tre volte.» Io sorrisi, ancora con il sapore della sua sborra in gola, e seppi che avrei mantenuto la promessa.