La Lingua che Ti Svuota la Mente
Avevo ventidue anni e una bocca che non si limitava a fare un pompino: lo costruiva. Quella sera avevo deciso di portare Leonardo al limite usando solo tecnica, pazienza e precisione. Lui aveva ventitré anni, il cazzo spesso e sensibile che reagiva a ogni piccola variazione di pressione. Volevo fargli sentire cose che non aveva mai provato. Lo feci stendere completamente nudo sul letto, le braccia lungo i fianchi. Mi misi a strisciargli tra le gambe e parlai a voce bassa:
«Non ti tocco con le mani. Solo bocca e lingua. Se alzi i fianchi, mi fermo. Se gemi troppo forte, rallento. Capito?» Lui annuì, già duro solo a sentirmi parlare così. Cominciai lontanissima dalla glande. Leccai l’interno delle cosce, salendo piano, lasciando la pelle bagnata e fredda quando soffiavo sopra. Arrivata alle palle, le presi entrambe in bocca con delicatezza, la lingua che le separava e le faceva rotolare lentamente. Le succhiavo con un ritmo irregolare: tre secondi di pressione, due di rilascio, poi di nuovo. Leonardo respirava già a scatti. Solo quando le palle furono calde e umide passai al cazzo. La lingua partì dalla base, piatta e larghissima, e salì in una sola passata lentissima fino al frenulo. Lì mi fermai. Non leccai la glande. Invece feci piccoli colpi rapidissimi solo sul frenulo, la punta della lingua dura e precisa, come un vibratore naturale. Leonardo emise un suono strozzato e le cosce tremarono. Continuai per quasi un minuto intero, senza mai toccare la punta, finché non vidi il pre-sborra colare abbondante. Allora cambiò tecnica. Presi solo il corona tra le labbra, come un anello stretto, e cominciai a girare la testa in piccoli movimenti circolari mentre la lingua premeva forte sulla fessura. Creavo un vuoto costante e leggero, mai troppo forte, solo quanto bastava a far gonfiare ancora di più la glande. La saliva scendeva lenta lungo il membro. Ogni tanto mi staccavo di un millimetro e soffiavo aria fredda sulla punta bagnata, facendolo sussultare. Quando decisi che era pronto, aprii la gola e lo presi tutto in un solo movimento fluido. Non mi fermai a metà. Andai fino in fondo, il naso contro il pube, e rimasi lì. Invece di muovermi, contrassi i muscoli della gola in onde ritmiche, come se stessi deglutendo intorno a lui. Leonardo emise un gemito lungo e acuto. Contai fino a dieci. Poi risalii centimentro per centimetro, la lingua premuta contro la vena inferiore per tutta la risalita. Ripetere il ciclo, ma ogni volta aggiungevo un dettaglio nuovo.
A volte, mentre lo avevo in gola, facevo vibrare le labbra come se stessi cantando a bocca chiusa.
A volte uscivo quasi completamente e leccavo solo il punto esatto sotto la glande con la lingua a freccia, rapidissima e insistente.
A volte prendevo solo metà cazzo e usavo le guance scavate per creare un vuoto così forte che lui doveva trattenere il respiro. Lo portai tre volte sull’orlo dell’orgasmo. Ogni volta mi fermavo completamente, toglievo la bocca, e aspettavo che il tremore delle cosce diminuisse. La quarta volta non mi fermai. Lo presi fino in fondo e cominciai a scoparlo con la gola a ritmo costante e profondo. Una mano gli bloccava i fianchi per impedigli di spingere, l’altra restava dietro la mia schiena come promesso. La saliva colava abbondante, i suoni erano umidi e osceni. Sentii le palle stringersi. Invece di rallentare, aumentai la velocità e la profondità. Leonardo venne con un urlo strozzato. Il primo getto mi arrivò dritto in gola. Deglutii senza staccarmi. Il secondo e il terzo li tenni in bocca, li feci girare sulla lingua, li assaporai, poi li deglutii lentamente mentre continuavo a succhiare la glande con delicatezza estrema, spremendogli fuori ogni ultima goccia. Solo quando il cazzo smise di pulsare mi staccai, un filo di sborra e saliva che mi pendeva dal labbro inferiore. Mi sollevai, le labbra gonfie e lucide, e lo guardai. Lui era distrutto, il petto che saliva e scendeva in fretta, gli occhi socchiusi. «Domani sera», dissi con voce roca, «voglio che mi leghi le mani e mi usi la bocca come un buco. Senza che io possa controllare il ritmo. E io conterò quanti minuti riesco a tenerti in gola prima di farmi venire le lacrime.» Leonardo, ancora ansimante, riuscì solo a rispondere:
«Li conteremo. E poi ricominceremo da capo.» Io sorrisi, leccandomi le labbra, e seppi che la mia bocca aveva ancora molte lezioni da dargli.