La mia troia preferita
Mi chiamavo Damian, avevo ventiquattro anni, e quella sera Leonardo era solo una cosa da usare. Lui ne aveva ventidue, il corpo snello e muscoloso, la pelle chiara che segnava con facilità, e quella voglia disperata di essere ridotto a niente che gli leggevo negli occhi ogni volta che si presentava alla mia porta. Non eravamo una coppia. Eravamo un accordo. Lui chiedeva di essere distrutto. Io sapevo come farlo. Quando aprì la porta lo feci entrare con un gesto del mento. Non lo salutai. Gli indiciai il centro del salotto.
«Spogliati. In ginocchio. Occhi a terra.» Obbedì in silenzio. I vestiti caddero uno dopo l’altro. Quando fu nudo e inginocchiato, gli camminai intorno. Gli passai la punta della scarpa sul cazzo già semi-duro.
«Guardami.»
Alzò lo sguardo. Gli sputai in faccia. La saliva gli colò sul labbro. Non si mosse. Presi la corda sottile e gli legai i polsi dietro la schiena, stretti, fino a far diventare le dita rosa. Poi gli allacciai il collare di metallo e ci attaccai la catena. Lo trascinai verso la sedia e lo costrinsi a chinarsi in avanti, la fronte appoggiata al sedile, il culo esposto. Senza preavviso gli diedi il primo schiaffo secco sulla natica destra. Il suono riempì la stanza. Il secondo arrivò subito dopo, più forte. Continuai a ritmo costante, alternando le due parti, finché la pelle non fu calda e rossa. Leonardo respirava a scatti ma non emise un lamento. Aprii il cassetto e tirai fuori il gag a palla. Glielo conficcai in bocca e lo allacciai stretto dietro la testa. Ora poteva solo sbavare e gemere. Versai l’olio tra le sue natiche e ci infilai due dita senza troppi preamboli. Lo aprivo con movimenti circolari, aggiungendo presto la terza e la quarta. Quando il pugno fu quasi dentro, lui si tese tutto. Lasciai la mano lì, immobile, e con l’altra gli strinsi le palle fino a farlo gemere contro il gag. «Questa notte sei solo un buco», gli dissi. «Il mio buco.» Sfilai la mano e la sostituii con il dildo di silicone nero più lungo che avessi. Lo conficcai fino alla base con una spinta sola. Leonardo emise un suono acuto e soffocato. Cominciai a scoparlo con il giocattolo a colpi profondi e regolari, tirando la catena del collare ogni volta che volevo farlo inarcare. La saliva gli colava abbondante dal gag sul pavimento. Il suo cazzo oscillava dimenticato, gocciolando. Dopo una decina di minuti lo feci rialzare. Gli tolsi il gag solo per spingerli la mia figa contro la bocca.
«Lecca. E se ti fermi ti rompo le palle.»
La sua lingua lavorò con disperazione. Io tenevo ancora il dildo conficcato nel suo culo e lo muovevo con il piede mentre mi strofinavo sulla sua faccia. Venni la prima volta tenendogli i capelli e spingendo forte. Il liquido gli colò sul mento. Lo costrinsi a continuare. Venni una seconda volta, più lunga, le cosce che gli tremavano intorno alla testa. Lo spinsi a terra sulla schiena. Gli legai le caviglie ai polsi in una posizione che lo teneva completamente esposto. Presi le pinze di metallo e gliele misi sui capezzoli, stringendo fino a vedere la pelle bianca intorno. Poi ne aggiunsi una più piccola direttamente sotto la glande, sul frenulo. Leonardo si inarcò e lacrimò in silenzio. Io gli calpestai piano il cazzo con la suola della scarpa, abbastanza da farlo soffrire. Mi sedetti sul suo viso e riattivai il movimento del dildo nel suo culo. Lui mi leccava mentre veniva scopato e torturato. Ogni tanto tiravo le catenelle delle pinze. Ogni tiro gli strappava un gemito soffocato. Quando venni la terza volta, scesi, gli strappai le pinze con un gesto secco e gli sfilai il dildo. Il suo buco rimase aperto e lucido. Mi misi a cavalcioni sul suo cazzo e me lo infilai nella figa fino in fondo. Lo cavalcai con violenza, una mano intorno alla sua gola e l’altra che gli schiaffeggiava il viso a intermittenza. Gli proibii di venire. Continuai a usarlo finché non raggiunsi il quarto orgasmo, stringendolo con forza. Solo allora mi alzai, lo presi in bocca e lo lasciai andare. Leonardo venne con un urlo rotto, riempiendomi la gola. Deglutii tutto e leccai la punta fino a farlo sussultare dal dolore della sensibilità. Lo slegai con calma. Leonardo restò a terra, il corpo segnato, il collare ancora al collo, il respiro irregolare. Mi chinai e gli sollevai il mento. «Sabato prossimo», dissi, «porto la frusta a tre code, il gag più grande e le candele. Voglio vederti piangere sul serio mentre ti sciolgo la cera sui capezzoli e ti scopo il culo fino a farti perdere il fiato. E tu non verrai nemmeno una volta senza il mio permesso.» Leonardo, con la voce roca e spezzata, rispose solo:
«Sì. Grazie.» Io gli sorrisi e gli diedi un ultimo schiaffo leggero sulla guancia.
«Brava troia. Ora levati. E non osare pulirti prima di arrivare a casa.» Lui si alzò barcollando, raccolse i vestiti e uscì senza alzare lo sguardo. Io chiusi la porta e sentii il sorriso allargarsi. La settimana sarebbe stata lunga. E lui sarebbe tornato. Sempre.