La notte che mi sono fatta distruggere
Avevo diciotto anni e tre mesi. Il corpo era pronto da tempo: seni sodi, vita stretta, culo alto, figa stretta che non aveva mai preso niente di più grosso di tre dita. Quella sera avevo deciso di smettere di aspettare. Alessandro aveva vent’anni, era alto, muscoloso, e da mesi mi guardava come se volesse già essere dentro di me. Gli avevo detto chiaramente: «Stasera mi prendi. Tutto. Bocca, figa, culo. Voglio finire la notte aperta e piena.» Quando la porta della mia camera si chiuse, lo baciai con fame. Gli morsicai il labbro e gli infilai una mano nei pantaloni. Il suo cazzo era già duro, spesso, caldo. Lo liberai e mi inginocchiai. Era la prima volta che ne prendevo uno in bocca. Lo leccai dalla base alla punta, poi lo succhiai, scendendo sempre di più finché non sentii la glande toccarmi la gola. Tossii, ma non mi fermai. Alessandro gemette e mi tenne i capelli. Lo lasciai spingere piano, imparando a respirare dal naso mentre mi riempiva la bocca. La saliva mi colava sul mento. Continuai finché non fu lucido e pulsante. Mi sollevò e mi buttò sul letto. Mi strappò i vestiti e mi aprì le gambe. La sua lingua mi toccò per la prima volta. Il piacere fu talmente forte che inarcai la schiena e afferrai le lenzuola. Mi leccò ovunque: labbra, clitoride, buco. Infilò due dita e le mosse mentre succhiava. Venni in pochi minuti, stringendogli la testa tra le cosce, il liquido che gli colava sul mento. Non si fermò. Continuò a leccarmi e a scoparmi con le dita finché non venni una seconda volta, più forte, quasi piangendo. Poi si alzò, si posizionò tra le mie gambe e passò il cazzo sulla mia figa bagnata.
«Dimmi se vuoi che mi fermi.»
«Entra», risposi. «Tutto.» Spinse. La testa entrò e il bruciore fu immediato, netto. Digrii i denti. Alessandro andò piano, centimetro dopo centimetro, fermandosi ogni volta che mi vedeva tendere. Quando fu tutto dentro, rimase fermo a lungo. Ero piena in un modo che non credevo possibile. Poi cominciò a muoversi. Spinte corte e profonde. Il dolore si mescolò al piacere. Alzai i fianchi. Lui capì e aumentò il ritmo. Venni di nuovo, questa volta con il cazzo dentro, i muscoli che lo stringevano. Alessandro gemette e rallentò per non venire. Mi girò a quattro zampe. Mi leccò di nuovo, dalla figa al culo, insistendo sul buco. Poi ci mise un dito, poi due, allargandomi. Quando sentì che ero abbastanza aperta, posò la punta del cazzo contro il mio anello.
«Respira.»
Spinse. Il dolore fu più acuto di prima. Io spinsi indietro comunque. Centimetro dopo centimetro mi aprì il culo finché non sentii le palle contro le natiche. Rimanemmo fermi. Poi iniziò a scoparmi lì, piano all’inizio, poi sempre più forte. Io gridavo nel cuscino, una mano tra le gambe a strofinarmi il clitoride. Venni così, con il cazzo nel culo, i muscoli che si contraevano intorno a lui. Alessandro si sfilò, mi rimise sulla schiena e mi penetrò di nuovo nella figa. Adesso scivolava facilmente. Mi scopò con spinte lunghe e pesanti, tenendomi le gambe aperte. Ogni tanto si sfilava e mi faceva leccare il cazzo bagnato di entrambi i miei buchi, poi rientrava. Continuò ad alternare figa e culo finché non sentii che stava per venire. «In faccia», gli dissi.
Si sfilò e mi sborrò sulla lingua, sulle guance, sugli occhi. Getti caldi e densi. Io leccai tutto quello che raggiunsi. Non contento, mi fece girare di nuovo e mi sborrò ancora un po’ sul culo aperto, guardando la sborra colare dentro e fuori. Ansimanti, ci stendemmo. Io avevo le gambe tremanti, la figa e il culo pulsanti e aperti, il viso lucido. Alessandro mi accarezzò i capelli e chiese:
«Troppo?»
Sorrisi, ancora con il sapore di lui in bocca.
«No. Voglio la prossima volta che mi leghi e mi usi ancora di più. Voglio finire non riuscire a camminare dritta.» Lui rise piano e mi strinse.
«Allora domani sera porto le corde. E stavolta non ti lascerò chiudere le gambe fino all’alba.» Io chiusi gli occhi, sentendo ancora il suo seme colarmi, e seppi che la mia prima volta era stata solo l’inizio di qualcosa di molto più sporco.