Le Mie Dita, il Mio Piacere
Avevo ventuno anni e un corpo che conoscevo meglio di chiunque altro: seni sodi e sensibili, vita stretta, culo rotondo e una figa che sapeva bagnarsi solo a pensarci. Quella sera ero sola in casa. I coinquilini erano usciti, il telefono spento, le luci basse. Avevo deciso di dedicarmi solo a me stessa. Niente cazzi, niente bocche, niente distrazioni. Solo le mie mani e il piacere che sapevo darmi meglio di chiunque. Mi tolsi i vestiti lentamente, davanti allo specchio dell’armadio. Guardai il mio corpo nudo: i capezzoli già induriti, la pelle liscia, la riga della figa appena visibile tra le cosce. Mi sedetti sul bordo del letto, le gambe aperte verso lo specchio, e cominciai ad accarezzarmi. Prima i seni. Le dita che giravano intorno ai capezzoli, che li pizzicavano, che li tiravano piano. Gemetti bassa, solo per me. Poi scesi con una mano lungo la pancia, fino a raggiungere la figa. Ero già umida. Passai l’indice tra le labbra, raccogliendo il liquido caldo e portandomelo alla bocca per assaggiarmi. Il sapore dolce e salato mi fece chiudere gli occhi. Riaprii le gambe di più e cominciai a strofinare il clitoride con due dita, in circolo lento, preciso. L’altra mano continuava a massaggiarmi un seno, il pollice che premeva sul capezzolo a ritmo con le dita più in basso. Il piacere saliva in fretta. Aumentai la pressione. Le dita scivolavano più veloci, il clitoride gonfio e pulsante sotto i polpastrelli. Infilai il medio nella figa, poi l’anulare. Due dita che entravano e uscivano mentre il pollice continuava a girare sul punto più sensibile. Il suono umido riempiva la stanza. Guardavo lo specchio: vedevo le mie dita sparire dentro di me, le labbra aperte, il viso arrossato, la bocca semiaperta che lasciava uscire gemiti sempre più alti. Mi stesi completamente sul letto, le cosce divaricate al massimo. Aggiunsi un terzo dito. Il bruciore dolce dell’apertura mi fece inarcare la schiena. Spingevo le dita più a fondo, cercando quel punto ruvido all’interno che mi faceva venire le gambe a tremare. Lo trovai. Ci premevo contro a ogni spinta, mentre l’altra mano non lasciava il clitoride. Il ritmo diventò forsennato. I fianchi si muovevano da soli, spingendo contro le mie stesse mani come se stessi scopando qualcuno. Venni la prima volta con un grido soffocato, i muscoli della figa che si contraevano forte intorno alle dita, il liquido che mi colava sul palmo e sul polso. Non mi fermai. Continuai a muovere le dita attraverso l’orgasmo, più lente ma più profonde, spremendo ogni ondata di piacere. Quando il tremore diminuì, sfilai le dita e le leccai una per una, guardandomi allo specchio mentre lo facevo. Non avevo ancora finito. Presi il mio dildo preferito dal cassetto: spesso, venoso, lungo quanto bastava. Lo lubrificai con la mia stessa bagnatura e me lo posai contro l’ingresso. Spinsi. Centimetro dopo centimetro sentii aprirmi intorno a quella durezza. Quando fu tutto dentro, cominciai a scoparmi da sola. Una mano teneva la base del dildo e lo muoveva avanti e indietro, l’altra era di nuovo sul clitoride. Il ritmo era costante, profondo, quasi crudele. Guardavo lo specchio e vedevo il giocattolo sparire e riapparire, le mie labbra che lo stringevano, il basso ventre che si contraeva a ogni colpo. Il secondo orgasmo arrivò più forte del primo. Urlai davvero, le gambe che si chiusero da sole intorno al dildo, il corpo che scosse intero. Continuai a spingere anche mentre venivo, fino a sentire il terzo orgasmo sovrapporsi al secondo in un’unica onda lunga e debilitante. Quando finalmente mi fermai, il dildo scivolò fuori da solo, seguito da un filo di liquido che mi colò fino al buco del culo. Rimai stesa, ansimante, le cosce aperte, la figa pulsante e aperta. Portai di nuovo le dita tra le labbra e mi accarezzai piano, solo per sentire quanto fossi diventata sensibile. Ogni tocco mi faceva sussultare. Sorrisi allo specchio, soddisfatta, sudata, lucida. «Domani sera», sussurrai a me stessa, «ripeto tutto. Ma con la finestra aperta. Voglio che qualcuno, laggiù, senta i miei gemiti e non sappia da dove vengono.» Poi chiusi gli occhi, ancora con le dita tra le gambe, e mi lasciai scivolare in un mezzo sonno pieno di piacere residuo.