Legata e usata
Avevo ventuno anni e un corpo che sapevo far desiderare: seni sodi e alti, vita stretta, culo rotondo e sodo, gambe lunghe. Quella sera avevo deciso di consegnarmi completamente. Avevo invitato a casa mia Alessandro, il ragazzo più bello e dominante che conoscessi. Ventidue anni, alto, spalle larghe, addominali scolpiti, sguardo scuro e un cazzo spesso che mi aveva già fatto venire più volte. Ma stasera non sarei stata libera di muovermi. Stasera sarei stata solo un corpo legato e disponibile. Quando entrò, mi trovò già nuda in mezzo al salotto, le mani dietro la schiena e le ginocchia leggermente piegate. «Legami», gli dissi con voce ferma. «Usami come vuoi. Non voglio poter scappare.» Alessandro non sorrise. Mi guardò con quegli occhi scuri e prese le corde nere che gli avevo preparato sul tavolo. Mi fece girare, mi legò i polsi dietro la schiena con nodi stretti che mi tagliavano un po’ la pelle. Poi mi fece inginocchiare e mi legò anche le caviglie insieme, lasciandomi completamente immobilizzata. Mi mise una benda sugli occhi. Il mondo diventò buio e il mio respiro si fece più pesante. Sentii solo le sue mani calde che mi toccavano, che mi aprivano le cosce, che mi sfioravano la figa già bagnata. «Sei già gocciolante», mormorò contro il mio orecchio. «Che brava puttana legata.» Mi sollevò come se non pesassi nulla e mi adagiò a pancia in giù sul letto, il culo alto, le gambe chiuse dalle corde. Sentii le sue dita spalmarmi del lubrificante freddo sul buco del culo e poi infilarmene due dentro, allargandomi piano mentre con l’altra mano mi strofinava il clitoride. Gemetti forte, il viso premuto contro il cuscino, incapace di muovere le braccia o le gambe. Quando i suoi dita furono sostituiti dalla testa calda e grossa del suo cazzo, il cuore mi accelerò. Spinse. Piano. Il dolore acuto mi fece chiudere gli occhi sotto la benda, ma non dissi di fermarsi. Volevo sentirlo tutto. Centimetro dopo centimetro mi aprì, finché non sentii le sue palle contro le mie natiche. Ero piena, legata, impotente. Alessandro cominciò a scoparmi il culo con spinte lunghe e profonde. Ogni colpo mi faceva avanzare un po’ sul letto, le corde che mi stringevano i polsi e le caviglie a ogni movimento. Non potevo fare niente. Potevo solo ricevere. Le sue mani mi afferrarono i fianchi e mi tirarono indietro contro di lui a ogni spinta, il suono umido e osceno della carne che batteva contro la carne. «Più forte», gli dissi con voce rotta. «Usami. Rompimi.» Lui aumentò il ritmo. Mi scopò il culo con violenza, le palle che mi sbattevano contro la figa a ogni colpo. Poi si sfilò di colpo, mi girò sulla schiena con le gambe ancora legate e mi sollevò le ginocchia contro il petto. In quella posizione mi riinfilò il cazzo nel buco già aperto e ricominciò a martellarmi. Con una mano mi prese per la gola, non abbastanza da farmi male davvero, ma abbastanza da farmi sentire che appartenevo a lui. Con l’altra mi strofinava il clitoride in modo crudele, veloce, preciso. L’orgasmo mi arrivò come un’onda violenta. Venni urlando, i muscoli del culo che si contraevano intorno al suo cazzo in spasmi incontrollabili, mentre lui continuava a spingere attraverso il mio piacere. Non si fermò. Mi slegò solo le caviglie per aprirmi di più le gambe, ma lasciò i polsi legati dietro la schiena. Mi mise a cavalcioni sopra di lui, il cazzo ancora duro infilato nel culo, e mi fece saltare su e giù mentre mi teneva i seni con forza. Poi mi stese di nuovo e mi legò anche le cosce al petto, piegata in due, completamente esposta. In quella posizione mi scopò la figa con la stessa violenza con cui mi aveva preso il culo, poi tornò nel buco stretto, alternando i due buchi finché non sentii il suo cazzo pulsare. Venne prima nel mio culo, riempiendomi di sborra calda e densa, poi si sfilò, mi tolse la benda e mi sparò gli ultimi getti in faccia e sulla lingua. La sborra mi colò sugli occhi, sulle labbra, sul mento. La leccai tutta, legata, ansimante, sorridente. Alessandro si chinò e mi baciò, assaporando il suo stesso sapore sulla mia bocca. Poi mi slegò i polsi con gesti lenti. Le braccia mi dolevano, i polsi erano segnati dalle corde, il culo pulsava e gocciolava. Mi stesi contro il suo petto sudato e sussurrai: «La prossima volta… legami le mani sopra la testa. E non slegarmi finché non mi hai fatto venire almeno tre volte con il cazzo nel culo.» Lui strinse le mie natiche ancora arrossate e rispose solo: «Farò di peggio.» E io sapevo che era una promessa.