Vale · Tradimenti · 11 ott 2026

Mentre Lui Non Sa Niente

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Avevo ventidue anni e un fidanzato che non mi toccava più da settimane. Luca era dolce, affidabile, prevedibile… e completamente spento a letto. Quella sera lui era fuori città per lavoro. Io avevo invitato Marco, il collega più bello dell’ufficio. Ventitré anni, alto, spalle larghe, sguardo da uomo che sa esattamente cosa vuole. Gli avevo scritto solo un messaggio: «Casa mia. Adesso. Nessuno deve saperlo.» Quando aprì la porta lo trascinai dentro senza nemmeno salutarlo. Lo baciai con una fame che non rivolgevo a Luca da mesi. Marco mi spinse contro il muro dell’ingresso, mi sollevò la gonna e mi strappò le mutandine. Due dita mi trovarono già fradicia.

«Lo sapevo», borbottò contro il mio collo. «Da quanto tempo ti bagni pensando a me mentre stai con lui?» «Da troppo», risposi ansimando. Me lo portai in camera da letto — la stessa dove ogni notte dormivo accanto al mio fidanzato. Marco mi buttò sul materasso e si spogliò. Il suo cazzo era più spesso e più lungo di quello di Luca, già duro e venoso. Me lo passò sulle labbra. Lo presi in bocca con voracità, scendendo fino in gola. Lui gemette e mi tenne i capelli, spingendo più a fondo. La saliva mi colava sul mento e sui seni. Continuai finché non fu completamente lucido e pulsante. Mi stese e mi aprì le gambe. Mi leccò con una fame che Luca non aveva più da tempo. La lingua mi apriva, mi succhiava, mi penetrava. Venni in pochi minuti, stringendogli la testa tra le cosce, il liquido che gli colava sul mento. Non si fermò. Continuò a leccarmi e a scoparmi con le dita finché non venni una seconda volta, più forte, quasi piangendo dal piacere. Poi si alzò, si posizionò tra le mie gambe e mi penetrò con una spinta sola. Urlai. Il contrasto fu immediato: più pieno, più profondo, più duro. Cominciò a scoparmi con ritmo deciso e costante. Ogni colpo faceva scricchiolare il materasso su cui dormivo con Luca. Io alzavo i fianchi, cercando di prendere tutto. «Più forte», gli ordinai. «Voglio sentirlo domani mentre sto a cena con lui.»

Marco obbedì. Mi girò a quattro zampe e mi prese da dietro, le mani che mi stringevano i fianchi, le palle che mi sbattevano contro. A un certo punto mi aprì le natiche e mi spinse un dito nel culo mentre continuava a martellarmi la figa. Poi ne aggiunse un secondo. Quando mi sentì abbastanza aperta, posò la punta del cazzo contro il buco. «Anche qui?»

«Sì. Tutto. Voglio la sborra del mio amante in tutti e due i buchi.» Spinse. Il dolore fu netto, ma spinsi indietro comunque. Centimetro dopo centimetro mi aprì il culo finché non sentii le palle contro le natiche. Poi cominciò a scoparmi lì con spinte sempre più forti. Io gridavo nel cuscino di Luca, una mano tra le gambe a strofinarmi. Venni con il cazzo nel culo, i muscoli che lo stringevano. Marco si sfilò, mi rimise sulla schiena e mi penetrò di nuovo nella figa, ancora calda e aperta. Mi scopò con violenza, tenendomi le gambe divaricate. Ogni tanto si sfilava e mi faceva leccare il cazzo bagnato di entrambi i miei buchi, poi rientrava. Continuò ad alternare figa e culo finché non sentii che stava per venire. «Dentro», gli dissi. «Riempimi. Voglio camminare domani con la sborra di un altro uomo che mi cola mentre sto con il mio fidanzato.» Venne con un gemito lungo, riempiendomi la figa di sborra calda e densa. Continuò a spingere fino all’ultima goccia, poi si sfilò e mi guardò colare. Non contento, mi fece girare e mi sborrò ancora un po’ sul culo aperto e sulla schiena, guardando il bianco mescolarsi ai miei fluidi. Ansimanti, ci stendemmo. Io avevo le gambe tremanti, la figa e il culo pulsanti, il seme di Marco che mi colava sulla coscia. Lui mi passò un dito sulle labbra e lo feci leccare. «Quando torna?» chiese a voce bassa.

«Domenica sera.»

Sorrisi, ancora piena di lui.

«Allora hai due giorni interi. Voglio che mi usi in ogni stanza di questa casa. Sul divano dove guardiamo le serie insieme, sul tavolo dove ceniamo, sotto la doccia. E voglio che mi lasci i segni. Voglio sentire il tuo cazzo ogni volta che lui mi tocca.» Marco rise piano e mi strinse una natica ancora arrossata.

«Allora alzati. Cominciamo dalla cucina. Adesso.» Io mi alzai, ancora lucida di sborra, e lo seguii. Mentre camminavo sentivo il suo seme colarmi lungo la coscia interna. Sapevo già che quando Luca fosse tornato gli avrei sorriso, l’avrei baciato, e avrei avuto ancora il sapore di un altro uomo in bocca. E non me ne sarei pentita.

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