Rex Valenti · Pulp · 04 ott 2026

Sangue, Sudore e Sborra nel Motel a Ore

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Avevo ventidue anni e un corpo che sapeva vendersi senza aprire bocca: seni sodi che spingevano contro qualsiasi maglietta, vita stretta, culo alto e rotondo, gambe lunghe fatte per avvolgersi intorno a un uomo. Quella notte pioveva come se il cielo volesse lavare via tutta la sporcizia della città, e io ero già bagnata ancora prima di entrare in quel motel a ore dal neon rosso che sfarfallava come un occhio morente. Lui si chiamava Kane. O almeno così aveva detto. Ventiquattro anni, faccia da angelo caduto, cicatrice sottile sul sopracciglio, mani grandi e un modo di guardarmi che diceva già tutto. Ci eravamo conosciuti mezz’ora prima in un bar di periferia. Tre shot di whisky e una proposta secca: «Ho una camera. Tu hai un buco. Facciamo affari». Io avevo solo sorriso e l’avevo seguito sotto la pioggia. La stanza odorava di disinfettante a buon mercato e sesso vecchio. Appena la porta si chiuse, Kane mi spinse contro il muro. Mi strappò la maglietta, mi abbassò i jeans e mi infilò due dita nella figa senza preamboli. Ero già fradicia.

«Che brava puttana», borbottò contro il mio collo. «Sei arrivata qui già pronta a farti aprire.» Mi girò di scatto, mi piegò sul tavolaccio pieno di cicche e mi spinse dentro il cazzo con una sola spinta. Era spesso, duro, senza pietà. Urlai. Lui non si fermò. Mi scopò contro il tavolo con colpi secchi e profondi, le mani che mi stringevano i fianchi fino a farmi male. Ogni spinta faceva tremare la lampada a soffitto. Io spingevo indietro, cercando di prendere tutto, mentre la pioggia batteva contro il vetro sporco. «Più forte», gli dissi tra i denti. «Se mi devi usare, usami come si deve.» Kane rise, un suono basso e sporco. Mi sollevò di peso, mi scaraventò sul letto scricchiolante e mi aprì le gambe fino a quasi spezzarmele. Mi riscopò dalla stessa angolazione, più profondo, le palle che mi sbattevano contro il culo. A un certo punto si sfilò, mi girò a quattro zampe e mi prese il culo senza chiedere permesso. Il dolore fu secco, tagliente. Io digrignai i denti e spinsi indietro lo stesso. «Ecco la vera puttana», mormorò mentre mi apriva centimetro dopo centimetro. «Ti piace sentirlo entrare dove non dovrebbe.» Mi scopò il culo con la stessa violenza di prima, una mano che mi tirava i capelli e l’altra che mi strofinava il clitoride in modo quasi crudele. Venni urlando contro il cuscino puzzolente, i muscoli che si contraevano intorno al suo cazzo. Kane non si fermò. Continuò a martellarmi finché non sentii il suo corpo tendersi. Si sfilò all’ultimo secondo e mi sborrò sulla schiena, sul culo, tra le natiche aperte. Getti caldi e densi che mi colarono fino alla figa. Non aveva ancora finito. Mi fece voltare, mi costrinse in ginocchio e mi spinse il cazzo ancora semi-duro in bocca.

«Pulisci», ordinò.

Obbedii. Leccai via la sborra, il sapore di entrambi, mentre lui mi teneva la testa ferma. Quando fu di nuovo duro, mi stese sulla schiena e mi penetrò di nuovo nella figa, questa volta più lento, più profondo, quasi a volersi imprimere dentro. «Domani», sussurrò contro la mia bocca mentre mi scopava, «torno qui. E ti porto un amico. Due cazzi. Due bocche. Vediamo quanto reggi prima di romperti.» Io alzai i fianchi incontro alle sue spinte e sorrisi, la sborra ancora calda sulla pelle.

«Portane anche tre», risposi. «Purché paghino. E purché mi lascino camminare quando hanno finito.» Kane rise di nuovo, quella risata da uomo che sa già di avere vinto. Venne una seconda volta dentro di me, riempiendomi fino a farmi colare sulle lenzuola giallastre. Poi si sfilò, si rialzò i pantaloni e lasciò un mazzo di banconote sul comodino. «Stessa ora, domani», disse. «Non fare la brava.» Uscì sotto la pioggia. Io rimasi stesa, nuda, piena, lucida di sborra e sudore, a guardare il neon rosso che pulsava oltre la finestra. Sapevo già che sarei tornata.

E sapevo già che la prossima volta avrei chiesto di più.

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