Viola Neri · Etero · 05 ott 2026

Solo noi 2

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vevo ventidue anni e un corpo che Matteo conosceva ormai a memoria: seni sodi e sensibili, vita stretta, culo alto e rotondo, pelle che si arrossava sotto le sue mani. Lui aveva ventitré anni, era alto, muscoloso, con quelle mani grandi che sapevano essere dolci e senza pietà nello stesso momento. Stavamo insieme da quasi due anni, ma quella sera volevo qualcosa di più intenso. Qualcosa di grezzo. Quando chiudemmo la porta di casa, non ci furono preamboli. Lo baciai con fame, gli morsicai il labbro e gli dissi contro la bocca:

«Stasera non voglio tenerezza. Voglio che mi usi. Forte. Fino a farmi sentire domani.» Matteo non ebbe bisogno di altre spiegazioni. Mi spinse contro il muro dell’ingresso, mi sollevò la gonna e mi strappò le mutandine con una mano sola. Due dita mi entrarono subito, trovandomi già fradicia.

«Sei già così bagnata…», borbottò contro il mio collo.

«Da quando sei uscito dalla doccia», risposi ansimando. Mi portò in camera. Mi stese di schiena e mi aprì le gambe. Mi leccò con voracità, la lingua larga che mi apriva, che succhiava il clitoride, che spingeva dentro. Io afferrai le lenzuola e vennero i primi gemiti. Venni in pochi minuti, le cosce che gli si chiusero intorno alla testa, il corpo che tremava. Matteo si alzò, si tolse i pantaloni e mi mostrò il cazzo già duro, spesso, venoso. Me lo passò sulle labbra, sulla lingua, poi mi spinse fino in gola. Lo succhiai con avidità, guardandolo negli occhi, saliva che mi colava sul mento. Quando fu abbastanza bagnato, si posizionò tra le mie gambe e mi penetrò con una spinta sola. Urlai. Mi riempì completamente, fino in fondo. Cominciò a scoparmi con ritmo deciso e costante. Ogni colpo faceva scricchiolare il materasso. Io alzavo i fianchi, cercando di prendere tutto, le unghie che gli segnavano la schiena.

«Più forte», gli ordinai. «Voglio sentirlo domani mentre cammino.»

Matteo obbedì. Mi girò a quattro zampe e mi prese da dietro, le mani che mi stringevano i fianchi, le palle che mi sbattevano contro. A un certo punto mi aprì le natiche e mi spinse un dito nel culo mentre continuava a martellarmi la figa. Venni di nuovo, urlando nel cuscino. Non bastava. Gli dissi di mettersi sulla schiena. Mi montai sopra di lui e mi infilai il suo cazzo da sola, scendendo fino in fondo. Cominciai a saltargli sopra con forza, i seni che ballavano, lo sguardo fisso nel suo.

«Scopami», gli dissi ansimando. «Usami come vuoi. Sono tua.»

Matteo mi afferrò le natiche e spinse dal basso, ancora più profondo. Venni una terza volta, i muscoli che si contraevano intorno a lui. Lui mi seguì poco dopo, venendo dentro di me con un gemito lungo, riempiendomi di sborra calda che sentii colarmi mentre continuavo a muovermi. Alla fine crollai sul suo petto, sudata, piena, ansimante. Matteo mi accarezzò i capelli e chiese a voce bassa:

«Ancora?»

Io sorrisi, ancora con lui dentro, e risposi:

«Dammi cinque minuti. Poi voglio che mi prendi anche il culo. Piano all’inizio… e poi senza pietà.» Matteo rise piano e strinse le mie natiche ancora lucide.

«Come vuoi.» E io chiusi gli occhi, sentendo la sua sborra colarmi sulla coscia, già pronta a ricominciare.

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