Dominatrice · Sadomaso · 11 ott 2026

Sotto i suoi piedi

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Non ero io quella legata, quella sera. Matteo era in ginocchio al centro della stanza, nudo, le mani già strette dietro la schiena con la corda nera che di solito usava su di me. Avevo ventidue anni, lui ventitré. Da mesi era lui a decidere quando farmi male, quando farmi piangere, quando farmi venire. Quella notte avevo deciso di rovesciare tutto. Il collare di cuoio era intorno al suo collo, non al mio. La frusta era nella mia mano. «Guardami», ordinai. Alzò lo sguardo. Aveva gli occhi scuri, già arrossati dall’umiliazione e dall’eccitazione. Gli passai la punta della frusta sulle spalle, sul petto, sul cazzo già duro che gli batteva contro il ventre. Poi alzai il braccio e gli diedi il primo colpo secco sulla coscia interna. La pelle diventò subito rossa. Lui digrignò i denti ma non emise un suono. «Conta.»

«Uno.»

Il secondo colpo arrivò sull’altra coscia.

«Due.»

Continuai fino a dieci, alternando cosce, petto e addome, lasciando segni netti. Ogni volta che la frusta fischiava, il suo cazzo dava un balzo. Quando mi fermai, una sottile linea di pre-sborra gli colava già dalla punta. Mi tolsi le mutandine e gliele spinsi in faccia.

«Annusa. Poi lecca.»

Obbedì. La lingua gli uscì e cominciò a pulire il tessuto bagnato mentre io gli tenevo i capelli. Quando furono abbastanza umide di saliva, gliele conficcai in bocca come un bavaglio e le legai dietro la testa. Ora poteva solo gemere e respirare dal naso. Lo feci chinare in avanti, la fronte a terra, il culo alto. Presi l’olio e glielo versai tra le natiche. Due dita entrarono subito nel suo buco, poi tre. Lo aprivo senza fretta, sentendolo stringere e poi cedere. Quando riuscii a infilare quasi tutto il pugno, lui emise un suono soffocato contro il bavaglio. Lasciai la mano dentro e cominciai a muoverla, lenta e profonda, mentre con l’altra gli stringevo le palle. «Questa è la tua figa stasera», gli dissi. «E io la uso come voglio.» Sfilai la mano e la sostituii con il dildo nero più grosso che avessimo. Lo conficcai fino in fondo con una sola spinta. Matteo si tese tutto, i muscoli della schiena che spiccavano. Cominciai a scoparlo con il giocattolo a ritmo costante, ogni tanto tirando il collare all’indietro per costringerlo ad alzare la testa. La saliva gli colava dal mento intorno al bavaglio. Il suo cazzo oscillava dimenticato, gocciolando sul pavimento. Dopo diversi minuti lo feci rialzare in ginocchio. Gli tolsi il bavaglio solo per spingerli il mio clitoride contro la bocca.

«Lecca. E non ti azzardare a venire.»

La sua lingua mi lavorò con disperazione, mentre io tenevo ancora il dildo conficcato nel suo culo e lo muovevo a intermittenza. Venni sulla sua faccia la prima volta, stringendogli i capelli e strofinandomi fino a lasciargli il mento lucido. Poi lo costrinsi a continuare. Venni una seconda volta, più forte, le cosce che gli tremavano intorno alla testa. Lo spinsi a terra sulla schiena. Mi sedetti sul suo viso e nello stesso momento riattivai il movimento del dildo nel suo culo con il piede. Lui mi leccava mentre veniva scopato, i gemiti soffocati contro la mia figa. Ogni tanto gli calpestavo piano il cazzo con la pianta del piede, abbastanza da farlo soffrire, non abbastanza da farlo venire. Quando sentii che stava per perdere il controllo, mi alzai, gli tolsi il dildo e gli diedi uno schiaffo secco sulle palle. «Non ancora.» Lo legai meglio. Caviglie ai polsi, in una posizione che gli teneva il culo scoperto e il petto offerto. Presi le mollette di metallo e gliele misi sui capezzoli. Tirai le catenelle fino a farlo gemere. Poi ne aggiunsi una più piccola direttamente sul frenulo del cazzo. Il dolore lo fece inarcare. Io sorrisi e gli sputai sulla glande. Mi misi a cavalcioni sul suo viso di nuovo e mi feci leccare mentre tiravo le catenelle a ritmo. Ogni tiro gli strappava un suono. Ogni suono mi bagnava di più. Quando venni la terza volta, scesi e gli conficcai di nuovo il dildo nel culo fino in fondo, lasciandolo lì. Poi mi sedetti sul suo cazzo e me lo infilai nella figa in un solo movimento. Lo cavalcai con violenza, i seni che ballavano, una mano che gli stringeva la gola e l’altra che tirava le mollette. Il dildo nel suo culo si muoveva a ogni mia discesa. Matteo aveva gli occhi pieni di lacrime e di piacere. Gli proibii di venire ancora una volta. Continuai a usarlo finché non venni io per la quarta volta, stringendolo forte. Solo allora mi alzai, gli tolsi tutte le mollette con un gesto secco e gli sfilai il dildo. Il suo cazzo era viola, pulsante, ricoperto di pre-sborra. Mi inginocchiai tra le sue gambe e lo presi in bocca fino in fondo. Questa volta lo lasciai andare. Venne con un urlo strozzato, riempiendomi la gola di sborra calda e densa. Deglutii tutto, poi leccai la glande fino a farlo sussultare per la sensibilità. Lo slegai lentamente. Matteo restò sdraiato, ansimante, il corpo segnato di rosso, il collare ancora al collo. Io mi stesi accanto a lui e gli accarezzai i capelli bagnati. «La prossima volta», sussurrai contro la sua orecchia, «porto la frusta a tre code e il gag a palla. Voglio vederti piangere mentre ti scopo il culo con il dildo più grosso e ti calpesto le palle. E tu non verrai finché non te lo permetterò.» Matteo, ancora con la voce rotta, rispose solo:

«Sì. Come vuoi. Sempre.» Io sorrisi e gli strinsi il collare un po’ di più.

Quella notte i ruoli erano cambiati. E entrambi sapevamo che non sarebbe stata l’ultima volta.

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